Vogliamo fermarci per un attimo, restare in religioso silenzio e poi avere la forza di gridare che cose del genere non dovrebbero mai più accadere. Morire a quarant’anni. Sul posto di lavoro. Per ragioni incomprensibili. No, non è possibile. Proprio in questi giorni in cui si lodava l’iniziativa della campagna di comunicazione della Uil mirata a salvaguardare la salute dei lavoratori nei posti di lavoro, “Zero Morti sul Lavoro”, che ha l’obiettivo non di diminuire, non di ridurre, ma di azzerare le morti sul lavoro. Per la Uil questa è “la vera lotta della vita, è la battaglia per la civiltà del lavoro. E bisogna farla per tutte le Lavoratrici e i Lavoratori, per quelli di oggi e per quelli che verranno. E per combatterla è necessario scendere in campo in prima persona, metterci la faccia. Per vincere. E lasciare la morte a zero.” Ma parlarne, purtroppo, può non bastare. E non è solo un problema legato alla pandemia in corso: nonostante i tanti mesi di sospensione delle attività, nonostante le aziende chiuse, le ore di cassa integrazione, i numeri crescono, si continua a morire sul posto di lavoro. E questi non sono solo numeri, sono persone e noi non vogliamo e non dobbiamo dimenticarlo e lo ricorderemo sempre, in tutti i tavoli negoziali su salute e sicurezza sul lavoro su cui saremo chiamati.

Si continua a morire nei cantieri, nelle fabbriche, nei depositi, lungo i binari, sotto le gallerie, travolti da macchinari, in incidenti che potrebbero essere evitati, anche se la fatalità a volte è incontrastabile. In un Paese civile si dovrebbe considerare inaccettabile che una persona esca di casa per andare a lavoro mettendo in conto l’incertezza di potervi ritornare. Ci chiediamo perché ancora non vengono fornite protezioni e strumenti adeguati, perché si ignorano le norme sulla sicurezza, perché non si dà la giusta importanza alle azioni che si compiono quotidianamente, perché si continua a rischiare, a pensare che non può capitarci nulla. Questo rischio, spesso totalmente prevedibile ed evitabile con disposizioni adeguate, non può più essere contemplabile. E quando poi la tragedia capita in “casa nostra”, in una delle aziende storiche del nostro comparto, ad un giovane capostazione dell’Eav, la società di trasporto pubblico della Regione Campania, il dolore sembra ancora più insopportabile. Una vera disgrazia, un tragico incidente che ha stroncato la vita al giovane lavoratore che prestava servizio presso la stazione ferroviaria della Circumvesuviana di Botteghelle. È ancora da chiarire la dinamica esatta dell’incidente avvenuto nel tardo pomeriggio di venerdì 26 marzo, nel quale è rimasto ferito anche un addetto alle pulizie, ricoverato in gravi condizioni. Da una prima ricostruzione dell’incidente, il capostazione e l’addetto alle pulizie sarebbero stati investiti da un camion di una ditta esterna, probabilmente lasciato senza freno a mano.

Lo sconcerto è grande, il dolore incontenibile. No, così non va. Non si può morire così, in questa epidemia silenziosa. Non si può continuare ad assistere a queste stragi continue. Non è ammissibile continuare a morire sul lavoro mentre si suda uno stipendio da portare a casa per sostenere la propria famiglia. La salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro sono elementi imprescindibili per una società moderna. Morire mentre si sta lavorando è uno fra i più grandi paradossi del mondo contemporaneo. In una società ipertecnologica, basata sull’informazione e con leggi che hanno l’obiettivo di tutelare il lavoratore, ancora si muore mentre si cerca di guadagnarsi da vivere. Quello che manca è una vera propria cultura della prevenzione, quella consapevolezza che permette di rendersi conto che tutto può avere delle conseguenze. E che queste conseguenze possono riguardare anche noi. Bisogna rivendicare al lavoro condizioni migliori, assicurare un margine di sicurezza, impedire che le tragedie accadano, impedire che si muoia per voler esercitare il diritto al lavoro. Dobbiamo lavorare sulle coscienze e sulla cultura della sicurezza perché gli incidenti sul lavoro hanno ricadute non solo nell’immediato e su chi è direttamente coinvolto, ma anche sulle famiglie delle vittime.

Occorre una maggiore sensibilizzazione su questi temi rivolta alle aziende, il rafforzamento delle iniziative di formazione e informazione e una riforma dell’assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali che sappia rendere la tutela più aderente al mondo di oggi, guardando al futuro. Dobbiamo riprendere i tavoli sulla sicurezza lasciati interrotti, dobbiamo fare ancora tanto, sì, in questo momento dobbiamo sicuramente preoccuparci delle ripercussioni della pandemia sul lavoro, ma non possiamo permetterci di lasciare indietro tutto il resto. Che non è stato risolto, che continua ad accadere. Quel conto, quei numeri, vanno fermati, non rallentati, non ridotti, ma azzerati. La mattanza va arrestata. Il giovane collega è andato via. Non abbiamo parole per descrivere il dolore che ci attanaglia. E ora resta sola tanta rabbia per tutte quelle speranze sepolte sotto quel camion che non avrebbe mai dovuto investirlo.

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