Ad inizio marzo ’21 è stata inaugurata una mostra virtuale, visibile sul sito progettiperbagnoli.it, dedicata alla riqualifica di Bagnoli e dal titolo “Progetti per Bagnoli tra paesaggi, industria ed utopia”. Scopo della mostra, che ripercorre la storia di Bagnoli dal XVI sec. agli insuccessi odierni, è, in buona sostanza, quello di criticare il lavoro non svolto dalle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi 30 anni. Anni di sogni, di idee, di progetti, di speranze che hanno visto coinvolti come protagonisti di questo fallimento, a vario titolo, Regione, Comune, società come Bagnoli Futura e oggi, Invitalia, soggetto attuatore. E proprio quest’ultima sarà impegnata, con buona probabilità fino al 2023, nell’opera di bonifica di tutta l’area, colmata compresa. Una bonifica complessa, consistente nella rimozione di sostanze altamente inquinanti e nocive come amianto e diossina, prodotte da un “gigante industriale”, un mostro si oserebbe dire, che, sorto agli inizi del secolo scorso, ha irrimediabilmente cambiato le sorti di questo quartiere e forse dell’intera città di Napoli.

Un quartiere quello di Bagnoli, alle porte di Napoli, che ha sempre costituito, una “periferia anomala”: anomala, perché, per l’importanza che ha avuto nelle vicende economiche della nostra città, per la presenza di importanti insediamenti ed attrezzature sociali, come la Nato e gli impianti sportivi e, infine per l’aver costituito un fondamentale punto di collegamento con il resto della città, non è mai stata considerata una vera e propria periferia. Anomala anche per la sua storia, che l’ha vista, fin dai tempi dell’Impero Romano, come rinomato luogo di villeggiatura, grazie ad un patrimonio d’inestimabile valore costituito dal mare, dal paesaggio e dalle note fonti termali di origine vulcanica che, recuperate nel 1827, diedero luogo a numerosi stabilimenti balneari. Di sicuro la costruzione dell’Ilva agli inizi del 1.900 ha, inesorabilmente, distrutto e forse devastato l’enorme bellezza paesistica del luogo, creando grandi dissesti ambientali, eppure, anche quando si stava avviando a diventare un’anonima periferia industriale, Bagnoli ha conservato quei tradizionali tratti caratteristici che ne hanno fatto una realtà particolare.

Una realtà così particolare ed unica che già alla fine del 1.800 fu protagonista di un progetto avveniristico e, forse, irrealizzabile.

Un progetto questo, di sostenibilità e turismo, realizzato dall’urbanista e architetto anglo napoletano Lamont Young, artista d’origini Indiane trasferitosi a Napoli con la sua famiglia. Young, di cui ricorrono proprio in questi giorni i 170 anni della nascita, fu un utopista pragmatico, definito spesso visionario, che sognò una Napoli europea, con i servizi di un’autentica capitale moderna.  Young è stato in realtà uomo del suo tempo, capace di scorgere la modernità e tradurla in una coerente visione di trasformazione urbana. Il suo merito fu quello di anticipare progetti che poi sarebbero stati, in forme diverse, realizzati successivamente (come la metropolitana), e pensare, per alcune zone periferiche della città, destinazioni più consone di quelle poi scelte (i Campi Flegrei e Bagnoli come area turistica e residenziale, invece che industriale). 2_1616352840095

Young aveva ben chiaro che la metropolitana, una grande struttura su ferro, che avrebbe unito periferie e zone collinari (Vomero, Fuorigrotta e Bagnoli) con la città storica, divisa in due rami con alcune tratte allo scoperto e altre sopraelevate (via Marina) su viadotti in ferro, sarebbe stata la soluzione per molti problemi di Napoli: non per alterarne i tratti, ma, anzi, per esaltarne le caratteristiche uniche. Alla fine di un lungo iter amministrativo, il progetto della metropolitana venne approvato il 21 luglio del 1888 dal consiglio comunale partenopeo; tuttavia, Young che confidava nell’intervento di investitori privati soprattutto britannici, non riuscì a convincerli della sostenibilità del progetto. Ma se è vero che la sua linea metropolitana rimase un sogno irrealizzato, va riconosciuto che le soluzioni ideate da Young sono alla base dell’attuale rete infrastrutturale della città di Napoli, che ne ripropone diverse intuizioni. Ma, spinto anche dalle opportunità dettate dalla “futura” metropolitana, Young realizzò quello che forse è stato il suo progetto più folle e visionario, seppure di incantevole splendore, pensato per il quartiere di Posillipo fino a giungere a Bagnoli. 1616352840089

L’architetto immaginava di dar vita a un Rione Venezia, “un nuovo continente” a vocazione turistica e residenziale, nel quale, come nella città lagunare, gli edifici si sarebbero dovuti affacciare su un sistema di canali navigabili con sbocchi al mare che avrebbero caratterizzato il disegno del quartiere, collegato a Bagnoli attraverso un imponente canale-traforo che avrebbe dovuto oltrepassare la collina di Posillipo. I Campi Flegrei vennero immaginati con piante e giardini, serviti da un vasto complesso di attrezzature, alberghi, stabilimenti balneari e termali, e un Palazzo di Cristallo in stile islamico, ispirato al Crystal Palace di Joseph Paxton a Londra. E proprio per Bagnoli, Young, a causa del luogo molto ameno, della limpidezza del mare e anche della presenza di acque termali, propose la realizzazione di stabilimenti balneari, la cui distanza dal centro sarebbe stata risolta facilmente dalla realizzazione della metropolitana. Purtroppo, questo, come tanti altri progetti del geniale architetto, rimase solo su carta e non venne mai realizzato; tuttavia, ci sono alcuni punti su cui occorre riflettere perché ci permettono di cogliere la sua intelligenza e la sua felice intuizione sul destino del sito dei Campi Flegrei. Young, differentemente da quello che poi sarebbe accaduto con la legge speciale del 1.904, negava a Napoli qualsiasi ruolo industriale che secondo l’architetto indiano la città non avrebbe mai potuto conseguire. Per lui non ci sarebbe mai stata una numerosa classe operaia cui rivolgere l’attenzione, ma soltanto una fitta popolazione attiva nel settore terziario indirizzata verso lo sviluppo del turismo.

E per Young, Bagnoli e i Campi Flegrei, per le loro caratteristiche ambientali e paesaggistiche, rappresentavano il luogo più adatto affinché ciò avesse luogo. Egli li amava definire come “la regione più bella del modo”. E ancora più geniale fu l’aver capito che la sistemazione del verde nel progetto generale doveva assumere grande rilevanza. La vegetazione disposta omogeneamente avrebbe dato luogo, così, a polmoni di verde per evitare gli inconvenienti sorti nei rioni malsani della città. I Campi Flegrei e Bagnoli sarebbero apparsi, in questo modo, come un grande parco con gruppi di edifici sparsi. Un progetto folle, utopistico, a tratti visionario, ma che se fosse stato realizzato avrebbe sicuramente cambiato le sorti di questo quartiere e di tutta la città di Napoli e, di certo, non avremmo assistito allo scempio che di lì a poco sarebbe stato prodotto dal “gigante del ferro”. E di tutto questo cosa resta? Il problema del waterfront di Bagnoli è, purtroppo, ancora oggi attuale e di difficile risoluzione; e la vicenda sembra immutabile negli anni: se i nostri genitori credevano che avremmo visto la trasformazione di questo quartiere, ebbene, oggi noi stessi speriamo, senza troppo crederci, che saranno i nostri figli a poterlo fare. La storia sembra ripetersi negli anni, anzi, aggravarsi e si cercano ancora investimenti, così come ai tempi di Lamont Young. Ma allora quale potrebbe essere la soluzione? Difficile dirlo. Forse occorre andare oltre la durezza della realtà, e così come faceva Lamont, rifugiarsi nella fantasia e tornare a sognare cercando, tuttavia, di trasformare tutti questi sogni in realtà.

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