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Riprogettare il futuro del TPL

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Abbiamo sfide enormi davanti a noi, la lotta a questa maledetta pandemia che pare non voglia proprio lasciarci in pace, la gestione di una campagna vaccinale che nutre ancora innumerevoli perplessità, la necessità di un rilancio su basi nuove delle aziende del nostro comparto che, se prima del Covid avevano problemi endemici e strutturali da cui stentavano ad uscire, ora si trovano a respirare come se fossero gli ultimi giorni di una tremenda agonia. Ammettiamolo, l’assunzione di responsabilità che questo tempo richiede diventa ancora più stringente. Per tutti. Per le aziende, per i lavoratori, per gli utenti. L’impatto della pandemia è stato devastante, dal punto di vista sanitario, economico e sociale. Ciò che abbiamo alle spalle è stato segnato da eventi che mai avremmo immaginato di vivere, la perdita di un numero altissimo di vite umane, il cambiamento radicale del nostro vivere comune, le pesanti ricadute sull’economia, il lavoro, la scuola, la salute e la fiducia stessa delle persone. Tutto azzerato. Una crisi senza precedenti che non ha lasciato immune nulla. Anzi, ha stravolto tutto. Ed anche il settore Trasporti sta affrontando un grande rischio ma è probabile che è proprio in questi momenti più bui che poi nascono le vere opportunità. E a noi piace pensarla così. Vogliamo pensarla così. Per essere ottimisti, per avere ancora la voglia di fare le nostre battaglie, per essere a fianco dei lavoratori che rappresentiamo, per fare la nostra parte, per lottate per quel cambiamento tanto agognato. È ora che bisognerebbe ricostruire e potenziare il settore del trasporto pubblico, che rappresenta il 5% del Pil europeo, rendendolo più efficace, efficiente, intelligente e ambientalmente sostenibile, perno della mobilità di cittadini e merci, senza rischiare di ridurlo o contrarlo ulteriormente.

Ma parliamo di progettualità, di impegni, di promesse mantenute, non di inutili proclami. Perché sembra che la gente che ci amministri abbia a cuore solo quello, apparire, promettere, illudere e prepararsi per le prossime campagne elettorali. A chi importa invece se le due più grandi aziende della città di Napoli, Eav ed Anm, lascino a piedi l’utenza anche in questo momento di pandemia. A chi importa se ci sono studenti delle aree a nord di Napoli, delle zone Flegree e dell’area Vesuviana che non riescono più ad arrivare in città a causa di un sistema ormai completamente trascurato dalle aziende, basti pensare al limitato numero di treni di ANM sulla metropolitana collinare peraltro svolto in gallerie sature di polveri sottili oppure alle carenze di materiale dell’EAV che continua, con scelte discutibili, a non assumere, nonostante il concorso svolto, gli operai delle officine che dovrebbero colmare i vuoti in organico, vuoti che ad oggi non consentono una rapida manutenzione di treni, ormai vetusti, riducendo anche qui la capacità di trasporto. A chi importa se la gente resta a piedi. A chi importa se si sta negando quel fatidico diritto alla mobilità sancito dalla nostra Costituzione. A chi importa se del trasporto pubblico si raccolgono solo macerie. E questo, noi del Sindacato, lo dicevamo già anni fa. Ora c’è il Covid? C’è la pandemia? C’è il pericolo di contagio? Bene, allora sono scene che fanno rabbrividire quelle che mostrano numerosi utenti ammassati su bus e treni, come se fossero in carri bestiame. Servono mezzi. Servono treni, servono bus, servono lavoratori. Viaggiare così non è pericoloso? Non si diffonde il virus? E nel mentre le aziende continuano a tagliare il servizio, a fare i conti con la perdita di ricavi, a sostenere maggiori costi sanitari (sanificazioni, DPI), a tenere i lavoratori in cassa integrazione, a ridurre le corse, a far aumentare i tempi di attesa del mezzo pubblico, a togliere dal servizio i mezzi a disposizione perché ormai troppo obsoleti.

Il rischio è quello di condannare al default queste aziende la cui solidità non era certo più robusta prima della crisi. Il rischio è per le aziende, per i dipendenti, per l’offerta di servizi ai cittadini. Una spirale che rischia di depotenziare il trasporto pubblico che è e che rimane l’unica strada sostenibile per la mobilità delle persone. Occorre da subito definire un quadro di misure chiare e stabili per garantire l’equilibrio economico finanziario delle gestioni, per tutto il tempo che sarà necessario, fino alla fine della epidemia e al ritorno ad una normale dinamica della domanda, immaginare e progettare il prossimo futuro del trasporto pubblico locale. Occorre rivedere il modello di business delle aziende, le politiche pubbliche, ripensare la regolazione e la governance di questo importante comparto. Una rivoluzione che dovrà prevedere una nuova organizzazione dei servizi, nuove politiche sulla domanda e sull’offerta. Bisogna riprogettare e ripensare il trasporto pubblico. E bisogna farlo da subito, mettendo in campo azioni e risorse straordinarie per proteggere le aziende, i lavoratori e attenuare gli effetti più drammatici di questa pandemia. Il compito del Sindacato è dare risposte ai bisogni e alle aspettative delle persone, tanto più in un momento così difficile ma è fondamentale che non venga mai escluso dai tavoli progettuali per il raggiungimento di un efficace processo decisionale. In un mondo del lavoro in continua evoluzione, un dialogo sociale forte, efficace e inclusivo è e sarà fondamentale per costruire il mondo del lavoro che vogliamo. Noi la nostra parte la facciamo.

 

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