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Quando il virtuale diventa concreto. Il sindacato al tempo delle videoconferenze

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Zone rosse e zone gialle. L’ultimo DPCM del Governo non è ancora entrato in vigore mentre scrivo questo articolo (è efficace a partire dal 6 novembre), e già infuriano le polemiche. Si parla di negozi chiusi o aperti, di crisi economica e di persone che hanno urgente bisogno di un sostegno adeguato. Argomenti seri, serissimi, che hanno distolto l’attenzione da piccoli gesti della vita quotidiana a cui non facciamo più caso, ma che hanno profondamente cambiato le nostre abitudini. Penso, prima di tutto, al rapporto con la tecnologia. Durante il lockdown dell’inverno scorso, ad esempio, in maniera più o meno consapevole abbiamo cambiato il nostro rapporto con la tecnologia. Termini come videochiamata, videoconferenza o SPID, fino a quel momento erano roba per giovani o per gente “tecnologicamente avanzata” a causa del lavoro o della passione per strumenti di comunicazione che in molti consideravano al limite interessanti, ma non necessari. Durante il lungo periodo in cui abbiamo passato gran parte del nostro tempo chiusi in casa, invece, ci siamo dovuti misurare con connessioni e piattaforme. L’introduzione della Didattica a Distanza nelle scuole e dello smart working, utilizzati per prevenire l’affollamento di scuole e luoghi di lavoro, ci hanno reso familiari i nomi di Skype, Zoom e di tante altre piattaforme di call conference. Non sono in grado di fare e non farò analisi approfondite sulla sensazione di vicinanza che ha attenuato, in maniera credo illusoria, la durezza dell’isolamento fisico. Mi limito a registrare che modalità di lavoro che sembravano eccentriche o improbabili, alle persone ed ancor più alle imprese, sono diventate la normalità. Una normalità inedita che, come spesso accade, sta ponendo inediti interrogativi. Dopo aver passato giorni interi davanti ad una webcam, senza orari o giorni “liberi”, io stesso ho capito sulla mia pelle cosa si intende per diritto alla disconnessione.

D’altra parte il lavoro a distanza introdotto per emergenza pone il tema di come misurare la produttività di chi, spesso senza organizzazione e senza strumenti adeguati, si è trovato costretto ad operare in smart working. Spesso, nel mio lavoro di sindacalista, ho affrontato anche difficoltà più piccole, ma altrettanto significative: organizzare la stanza per evitare sfondi troppo “intimi”; imparare a spegnere il microfono per non inondare di rumori di fondo chi parla prima o dopo di te; esprimere in maniera ultrasintetica concetti anche articolati e tecnicamente complessi; firmare da remoto un verbale, magari di quelli per le procedure di attivazione di terribili ed indispensabili ammortizzatori sociali. Tutte cose di cui poco per volta abbiamo imparato a prendere le misure fino ad oggi, quando bene o male affrontiamo le videoconferenze con connessioni più stabili di prima, con piattaforme che sappiamo usare con maggiore disinvoltura e con comportamenti più adeguati allo strumento che utilizziamo. Tutto questo, però, non ha attenuato la più grande delle difficoltà. Quando un sindacalista affronta una trattativa rappresenta persone in carne ed ossa, persone con cui è vitale confrontarsi e discutere per rappresentarne con efficacia istanze e bisogni. Anche a questo abbiamo messo una pezza creando una miriade di gruppi su WhatsApp o Telegram, facendo una marea di chiamate individuali e di gruppo, usando le pagine Facebook, sfidando più volte il lockdown armati di mascherine e con l’occhio intento a misurare quel maledetto metro di distanza, smentendo con i fatti chi ha voluto raccontare la bugia di sindacalisti chiusi in una bolla privilegiata. Sperando, come tutti, di non portare il contagio agli affetti che custodiamo gelosamente nelle nostre case. In qualche modo ce l’abbiamo fatta e ce la faremo ancora, ma non è la stessa cosa. Nessuna videoconferenza potrà mai sostituire un’assemblea, nessuna webcam potrà mai restituire i sentimenti che si leggono guardando negli occhi una persona, nessuna emoji di pollici alzati potrà mai trasmettere il calore di una stretta di mano. Cose a cui abbiamo imparato a rinunciare con un dispiacere a cui non vogliamo abituarci, ma a cui dovremo rinunciare ancora per molto tempo.

La soluzione non è dietro l’angolo, persino del vaccino di cui tanto si parla nessuno ha ancora visto l’ombra di una fiala. Fino a quando la bufera non sarà passata, fino a quando non passerà il periodo delle “ondate” e dell’alternanza tra periodi di restrizioni necessarie e di maggiore libertà, possiamo fare soltanto una cosa. Rispettare decreti ed ordinanze per non diventare noi stessi un ulteriore fattore di rischio per i lavoratori che rappresentiamo e che spesso, nel mondo dei servizi pubblici, già rischiano per il contatto con gli utenti che serviamo trasportandoli o prelevandone i rifiuti. Questo non significa che leggiamo in maniera acritica tutti i Decreti e tutte le Ordinanze. Anche noi vorremmo norme più chiare e meno contraddittorie, più incisive e più uniformi in tutto il territorio nazionale. Anche noi vorremmo trovare un modo per affrontare la pandemia senza cambiare il nostro modo di vivere, di relazionarci con le persone e di fare sindacato. Nessun desiderio di normalità, però, può esimerci dal mantenere i comportamenti più responsabili suggeriti dalle Autorità sanitarie e qualche volta dal buon senso. Perché contano le decisioni del Governo e delle Regioni, ma contano tanto anche i comportamenti individuali. Siamo giustamente stressati da mascherine e reclusioni forzate, ma continuo a credere che sia il male minore di questa brutta storia. Per questo, anche da pagine virtuali ma concrete come una videoconferenza, mi permetto di darvi lo stesso consiglio che ascoltavo in una serie poliziesca di qualche anno fa e che ripeto da mesi ai miei affetti più cari: mi raccomando, state attenti là fuori.

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