Negli ultimi giorni la cosiddetta tassa addizionale regionale applicata ai canoni delle concessioni demaniali marittime è prepotentemente al centro del dibattito pubblico in Campania. A riaccendere i riflettori è stata una ricostruzione mediatica che ha parlato di “tasse non pagate per tredici anni” e di un maxi-recupero di oltre tre milioni di euro, presentato come il risultato di un’azione finalmente efficace da parte dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale.
Una narrazione suggestiva, ma parziale. E, per molti versi, fuorviante.

Secondo quanto riportato anche da recenti articoli di stampa, a seguito di verifiche avviate dalla Guardia di Finanza e di rilievi della Corte dei conti, sarebbe emerso che l’addizionale regionale sui canoni concessori non era stata corrisposta per anni da numerosi concessionari operanti nei porti campani. Da qui l’invio di centinaia di avvisi di pagamento, limitati agli ultimi cinque anni per evitare la prescrizione, con un gettito già confluito nelle casse regionali pari a circa 3,1 milioni di euro.
Il tutto viene collegato alla modifica della legge regionale campana intervenuta nel luglio scorso, che – secondo questa lettura – avrebbe finalmente chiarito la competenza dell’Autorità di Sistema Portuale a riscuotere tale tassa per conto della Regione.
Ma è proprio questo il punto su cui la ricostruzione pubblica mostra le sue maggiori falle: l’Autorità portuale non è un ente riscossore.
La questione non riguarda l’esistenza della tassa in sé, né la legittimità per la Regione Campania di prevedere un’addizionale sui canoni demaniali. Il vero problema è un altro: può una legge regionale imporre a un’Autorità di Sistema Portuale – ente pubblico nazionale disciplinato da normativa speciale – di svolgere attività di accertamento e riscossione tributaria per conto della Regione?
Secondo un’analisi giuridica puntuale, la risposta non è affatto scontata. Anzi.
Le Autorità di Sistema Portuale sono enti pubblici non economici di rilievo nazionale, con funzioni ben definite dalla legge n. 84 del 1994: pianificazione, sviluppo, coordinamento, sicurezza e manutenzione delle infrastrutture portuali. Trasformarle, di fatto, in “esattori” di un tributo regionale significa attribuire loro compiti estranei alla loro missione istituzionale e incidere sulla loro organizzazione interna, materia che la Costituzione riserva alla competenza esclusiva dello Stato.
Il rischio di un profilo di incostituzionalità non è dunque un dettaglio tecnico, ma il cuore della questione.
C’è poi un aspetto pratico, spesso ignorato nel dibattito pubblico: l’attività di accertamento, gestione dei pagamenti, recupero coattivo e difesa in giudizio richiede personale, tempo e risorse economiche. Tutte risorse dell’Autorità portuale, finanziate attraverso entrate che hanno una destinazione precisa: lo sviluppo e il funzionamento del sistema portuale.
In questo schema, l’Autorità si troverebbe a sostenere costi organizzativi e legali per un gettito che non rimane nel proprio bilancio, ma confluisce interamente in quello regionale. Un meccanismo che solleva interrogativi anche sul piano della responsabilità contabile e del corretto utilizzo delle risorse pubbliche.
Ancora più delicato è il tema delle sanzioni. L’ipotesi che l’Autorità possa irrogare sanzioni tributarie apre la strada a un contenzioso quasi inevitabile, con il rischio concreto che molti atti vengano annullati per difetto di competenza.
Accanto ai profili giuridici, c’è poi una questione economica e strategica che non può essere sottovalutata.
L’addizionale regionale rappresenta un costo aggiuntivo che grava sui concessionari operanti nei porti campani, in un contesto nazionale in cui altri scali non sono soggetti ad analoghi oneri. Questo crea una disparità competitiva evidente rispetto ai porti di altre regioni, incidendo sulle scelte degli operatori logistici e terminalistici.
I grandi concessionari, che operano su scala nazionale e internazionale, sono naturalmente portati a orientarsi verso scali dove i costi sono più prevedibili e competitivi. I piccoli concessionari, invece, rischiano semplicemente di non riuscire a sostenere l’aumento degli oneri, con effetti diretti sull’occupazione e sul tessuto economico locale.
In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: un indebolimento strutturale del sistema portuale campano.
Alla luce di tutte le considerazioni esposte è evidente che ridurre l’intera vicenda a un “recupero di tre milioni di euro” significa perdere di vista il quadro d’insieme. La vera posta in gioco non è solo il gettito, ma l’equilibrio tra finanza pubblica, legalità costituzionale e competitività dei porti.
Se la Regione Campania ritiene dovuta l’addizionale, è necessario individuare strumenti di riscossione coerenti con l’ordinamento, senza scaricare sull’Autorità di Sistema Portuale funzioni che non le competono. Al tempo stesso, occorre valutare attentamente l’impatto economico di questa tassa, evitando che si trasformi in un fattore di penalizzazione permanente rispetto agli altri porti italiani.
Perché una cosa è certa: in un settore come quello portuale, fatto di equilibri delicati e concorrenza globale, le scorciatoie normative rischiano di costare molto più di quanto facciano incassare.