Nel porto di Napoli, luogo di lavoro e di vita scandito da ritmi intensi, il 19 novembre scorso si è creato qualcosa di raro: un tempo sospeso. Per una volta si è lasciato spazio all’ascolto, alla memoria e alla riflessione. L’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale ha scelto di vivere la “Giornata contro la violenza sulle donne” non come un rito istituzionale, ma come un momento autentico di consapevolezza collettiva.

La ricorrenza ha assunto un significato ancora più profondo perché dedicata a Teresa Buonocore, lavoratrice del porto tragicamente uccisa per aver difeso sua figlia. Una storia che ha scosso l’intera comunità portuale e che ancora oggi rappresenta un monito e un impegno: non dimenticare.

L’assemblea, organizzata dal CUG dell’AdSP in collaborazione con le Organizzazioni Sindacali aziendali, si è trasformata in un momento di partecipazione intensa. Collegamenti da remoto, presenza in sala, volti attenti.

Presieduta dall’avv. Rossella Iandolo, Presidente del CUG, l’iniziativa ha ospitato testimonianze che hanno portato nella sala non solo analisi tecniche, ma emozioni vere.

A dare forza all’incontro sono state soprattutto le parole di Patrizia Palumbo, Presidente della rete “Dream Team – Donne in Rete”, impegnata ogni giorno nei quartieri più fragili di Napoli. Le sue riflessioni hanno ricordato quanto la violenza non sia un fenomeno astratto, ma un dramma quotidiano che richiede presenza, ascolto e competenza.

Poi la sala si è raccolta attorno alla voce di Alessandra Cuevas, figlia di Teresa Buonocore: un momento che ha toccato profondamente tutti i presenti.

Alessandra ha raccontato il dolore di una ferita che non potrà mai rimarginarsi, ma lo ha fatto con una forza che ha sorpreso e commosso. Ha spiegato che — nonostante l’atrocità del gesto che le ha portato via la madre — non prova odio verso chi ha commesso quel crimine. Un’affermazione che ha scosso la sala: non odio, non vendetta, non rabbia.

Ha detto con lucidità che ciò che le ha permesso di non cedere all’oscurità è stato l’amore ricevuto: quello della sua famiglia, della nonna, della zia, e di chi le è rimasto accanto quando il mondo sembrava crollare.

È stato quell’amore a trasformarsi, con il tempo, in qualcosa di più grande: un amore da donare, da restituire agli altri, soprattutto ai più piccoli, attraverso il progetto “Lo Zainetto di Teresa”, che sostiene i figli delle vittime di violenza.

Dalle sue parole è emersa una verità potente: il male può togliere molto, ma non può togliere la capacità di amare, se questa è custodita e protetta.

E la sua testimonianza ha mostrato come la memoria possa diventare impegno, e il dolore possa diventare luce.

Al termine dell’assemblea, nel porto – proprio dove Teresa lavorava ogni giorno — nel piazzale Pisacane, è stata scoperta una targa in sua memoria. Accanto, un ulivo: simbolo di radici, di pace, di vita che continua.

Le parole incise sulla targa sono una promessa collettiva: «Ti hanno tolto la voce, ma non il respiro del mondo. In quest’Ulivo vive la tua luce. Perché chi ama e lotta non muore mai.»

Un gesto semplice ma potentissimo: ricordare Teresa nel luogo che per anni è stato parte della sua quotidianità.

Gli interventi dei dirigenti dell’Ente hanno sottolineato come la violenza di genere non sia un problema esterno al mondo del lavoro, ma una responsabilità comune.
La tutela delle donne, la prevenzione degli abusi, la lotta alle discriminazioni e alle pressioni psicologiche, anche sui luoghi di lavoro, sono obiettivi che un’istituzione moderna deve porsi ogni giorno, non solo nelle ricorrenze.

Anche le voci delle Lavoratrici e dei Lavoratori hanno contribuito a rendere viva la discussione, dimostrando che combattere la violenza significa anche cambiare il linguaggio, riconoscere i segnali, non girarsi dall’altra parte.

La Giornata del 25 novembre passa, ma l’impegno non si esaurisce.
Il CUG ha ribadito che la cultura del rispetto e della tutela non può essere episodica: deve essere un processo continuo, fatto di formazione, ascolto, prevenzione, sostegno e vigilanza.

Perché la violenza non comincia con un gesto estremo: nasce nei silenzi, nelle parole sbagliate, nella normalizzazione di ciò che non dovrebbe essere normale. E per questo ogni luogo di lavoro ha il dovere di essere presidio di civiltà e sicurezza.

Quello vissuto non è stato un semplice evento. È stato un atto collettivo di consapevolezza.
Un porto intero ha scelto di fermarsi per ricordare Teresa, per ascoltare chi lotta ogni giorno contro la violenza, per riconoscersi come comunità che non accetta l’indifferenza.

In un luogo che muove merci, navi e economie, ieri si è scelto di muovere qualcosa di più importante: la coscienza.

Il porto di Napoli ha dimostrato che il cambiamento è possibile. E che da oggi, ancora di più, si continua insieme.